Buio e Luce – La crisi

La fronte di Gianni è imperlata di sudore. Sulla sua pelle avanza una grossa ruga, che denota la concentrazione del barista. Le sue mani reggono tre carte, e la decisione è tutt’altro che semplice: tre di briscola o asso di spade? Non sa se cedere dei punti ad Umberto o prendere tutto, e sperare che un malcapitato cavaliere accolga la discesa di quella scimitarra solitaria.

Dall’altro lato del tavolo, Umberto aspetta e tira un rutto che suscita gli applausi di Eolo. Il vecchio docente sente di avere la partita in pugno; eppure, non riesce a fare a meno di chiedersi se anche l’umanità stia affrontando al meglio la sfida contro il nemico invisibile.

«Gianni, che rapporto hai con la crisi?», chiede improvvisamente.

La ruga di Gianni si fa più accentuata: «La crisi? E chi vuole essere in crisi? Preferisco vivere la vita di tutti i giorni, servire tazzine di caffè e parlare con la gente.»

«Tutti lo preferiremmo, Gianni. Eppure, ho come l’impressione che noi tutti, in fondo, di fronte alla crisi tremiamo e tendiamo a coglierne gli aspetti più tetri.»

«Umberto, te l’ho già detto l’altro giorno. C’è gente che muore, e la cui vulnerabilità è messa a serio rischio da questa minaccia. Non puoi dirmi che la crisi attuale possa assumere qualifiche positive per le famiglie che soffrono.»

«Non mi permetterei di dire questo. So che c’è gente che muore e persone fortemente provate da questa situazione. Non possiamo scegliere se affrontare o no questo avversario: possiamo solo scegliere come affrontarlo, e sicuramente una delle priorità è dare assistenza emotiva e fisica a chi ha bisogno.»

«Concordo»

«Allo stesso tempo, Gianni, sto riflettendo sulla parola crisi. Leggevo che questa parola viene dal greco krisis, che significa “scelta”. Questo termine viene a sua volta dal verbo krino, che significa “distinguere”. In questo contesto, siamo chiamati a fare delle scelte e coltivare un nuovo cammino, distinguendo ciò che è costruttivo da ciò che non lo è.»

«Che cammino vorresti coltivare, Umberto?»

«Come posso rispondere da solo a questa domanda? La mia risposta non può prescindere dal noi, dalla realtà più ampia che ci circonda. Quello che penso è che non possiamo scappare: non si scappa dalla crisi. Altrimenti ti insegue, cambia forma e appare in altre vesti. La nostra società, per come l’abbiamo costruita, in questo contesto è chiamata ad affrontare i suoi spettri e a rinnovarsi.»

«Di che spettri parli?»

«Di quelli che si celano nelle parole denigratorie che usiamo. Dei fantasmi del fanatismo nazionale, che predilige un noi confinato ad un noi che abbracci tutti gli esseri. Dell’uomo ridotto a tassello della burocrazia sociale e alienato dalla sua stessa attività. Delle persone che muoiono di fame, del modo in cui trattiamo il nostro pianeta. Penso che questo grosso male, per quanto aspro e amaro, possa essere sia il veleno che la medicina. Dipende da come decidiamo di affrontarlo.»

«Come può qualcosa essere allo stesso tempo veleno e medicina?»

«Oh, dipende dalle dosi, dipende dalle tempistiche. Penso che noi umani abbiamo creato delle meraviglie. Abbiamo creato anche degli orrori, è vero. E proprio ora, che globalmente si evince una tendenza a richiudersi in un benessere locale, arriva un virus che ci schiaffeggia e ci urla di essere aperti e collaborare. È amaro, e avrei anche io preferito imparare in altri modi. Allo stesso tempo, dovendo affrontare questa situazione, sarebbe stupido farlo lasciando scorrere le possibilità di apprendimento che porta.»

«Cosa possiamo imparare, di preciso, secondo te?»

«Prima di rispondere insieme a questa domanda, penso che sia meglio chiederci chi l’essere umano possa essere. Però lo faremo domani.»

Nel pronunciare questa ultima frase, Umberto cala l’asso di briscola, racimolando quegli ultimi punti che l’avrebbero portato alla vittoria. Nel suo profondo, tra i timori che tutti noi abbiamo, crede che anche l’umanità possa vincere questa sfida.

 

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