Buio e Luce – La distanza

Oggi, Umberto non beve una spremuta, ma il solito caffè.

«Gianni, avresti anche una brioches al cioccolato?»

«No, vecchio lupo. Sono giorni che, data la situazione attuale, non consegnano più niente. Il bar è chiuso, e le uniche brioches sono quelle superstite dalla scorsa settimana. Penso che ora assomiglino più a pietre marmoree che a dolci e morbide delizie.»

«Va bene, mi accontento del caffé.»

«Dunque, eravamo giunti al tema della distanza, Umberto. Cosa intendi per distanza?»

«Ti rispondo con un’altra domanda, Gianni. Pensa alle tue relazioni personali, e ai momenti più belli che hai passato. Che filone comune vedi tra tutti questi momenti?»

«Uhm, fammici pensare. Mi sembra di intuire che, l’elemento comune, è il senso di connessione che provo verso quelle persone.»

«Ottima risposta. Abbiamo visto ieri che una reale conoscenza degli altri esseri umani ci è preclusa. Possiamo colmare l’ignoranza, ma mai estinguerla. Per quanto la fiamma della conoscenza illumini, è sempre il buio circostante che permette di definirla. Ecco il secondo paradosso: si inizia a conoscere veramente gli altri quando si abbandona il desiderio di comprenderli.»

«Questo non è così intuitivo. Spiegati meglio.»

«Prima hai detto bene: quello che ci rallegra nelle relazioni è il senso di connessione. La domanda, ora, è: come possiamo alimentare tale connessione? Una via è quella dell’intelletto orientato al comprendere l’altra persona. Usiamo gli schemi conoscitivi sviluppati nel corso di una vita per capire l’altro. Eppure, spesso questa via è destinata al fallimento.»

«Perché?»

«Per un semplice motivo: i nostri schemi conoscitivi sono abitudini che abbiamo sviluppato, e possono essere diversi dalle abitudini di altre persone. Se valutiamo gli altri in base a ciò che riteniamo giusto, sbagliato, bello o brutto, tendiamo a farci sfuggire la loro essenza. Non vediamo gli altri per come sono, ma per come i nostri pensieri vorrebbero che fossero. Ecco che, un desiderio forzato di comprensione, può introdurre distanza.»

«Quindi, quali sono quelle qualità che possono costruire delle relazioni autentiche?»

«In fondo, Gianni, le relazioni con gli altri non sono così diverse da quella con noi stessi. Abbiamo visto che curiosità e accettazione sono elementi chiave del nostro rapporto personale. Ebbene, esse sono anche validi tasselli nelle relazioni con gli altri.»

«Com’è, dunque, un modello relazionale che pensi sia efficace?»

«Quello in cui l’intelletto viene usato per ricordare la nostra comune natura umana, il nostro desiderio di gioia, e in cui rimaniamo aperti e curiosi nel scoprire chi l’altra persona possa essere. De Saint-Exupéry ha dato una definizione meravigliosa di amore: “L’amore è il processo con il quale ti riconduco dolcemente a te stesso“. Ecco, il nostro ruolo: quello di guide che facciano da specchio, per ricondurre gli altri alla loro vera natura.»

«Sembra molto bello, e anche difficile da attuare nella vita quotidiana. Se due partner si insultano perché uno schiaccia il tubetto del dentifricio al centro e l’altro alla fine, che speranza c’è per questi discorsi filosofici?»

«Gianni, come ti ho detto ieri, è il viaggio di una vita. Tutti facciamo e faremo errori. Tutti anteporremo i nostri filtri, a volte, nel conoscere gli altri. La chiave sta nel notarlo e lasciarlo scorrere, per poi focalizzarsi sulle abitudini che si vogliono costruire.»

Umberto si alza. Il vecchio docente prende in mano il suo bastone.

«Gianni, la pasta e fagioli che ho mangiato ieri sera inizia a farsi sentire. Per rispetto, è bene che riconduca me stesso alla toilette, a meno che tu non voglia una riverniciata gratuita delle pareti.»

«Vai, vai, per l’amor del cielo. Di cosa parleremo domani?»

«Lo scoprirai.»

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