Negli scorsi due articolo abbiamo parlato di caratteri sociali predominanti nelle fasi, rispettivamente, iniziale e più avanzata del sistema capitalista: quello autoritario e quello mercantile.
In questo articolo, affronteremo un’altra formazione caratteriale che negli ultimi decenni ha giocato un ruolo sempre più importante: quella narcisista. Gran parte delle considerazioni che sono riportate in questo articolo sono prese dal rispettivo capitolo sul carattere narcisista del libro “Life Itself is an Art: the life and work of Erich Fromm”, scritto da Rainer Funk. Come per gli scorsi due articoli, ci tengo anche a condividere l’ottima analisi effettuata da Rainer Funk stesso e condensata nel seguente video (in lingua inglese):
Iniziamo la nostra analisi del carattere narcisista con una citazione dallo stesso Fromm, riportata nel suo libro “The Art of Being”:
La persona narcisista ha costruito un muro invisibile intorno a se stessa. Lei è tutto, il mondo è niente. O piuttosto: lei stessa è il mondo.
L’approccio socio-analitico di Fromm parte dal presupposto che, come ciascuno di noi si relaziona con altre persone nel contesto della società di cui facciamo parte, ciascuno di noi si relazione anche con se stesso/se stessa. Tale relazione non ha nulla a che fare con il narcisismo: anzi, è un processo fondamentale per la costruzione della propria personalità e, sulla base dei molteplici insegnamenti religiosi derivanti da varie culture, come è pregio amare gli altri, lo è anche amare se stessi. Per questo, secondo Fromm, non esiste alcun narcisismo biologico.
La percezione che creiamo di noi stessi è ovviamente anche influenzata dalle esperienze che abbiamo dal mondo circostante e da come ce le rappresentiamo internamente. Più tali esperienze sono basate sul concetto di attività e sull’espressione del nostro potenziale in termini produttivi, più riusciamo a sviluppare amore ed interesse verso noi stessi, e i nostri sensi di identità e di autostima sono più resilienti verso gli scossoni che la vita inesorabilmente porta.
Cosa succede, però, se le esperienze che facciamo in fasi chiave della nostra vita non riescono ad esprimere il nostro potenziale in termini produttivi, e non incontrano i nostri bisogni di base (essere amati, rispettati,…)? Le nostre rappresentazioni interne di tali esperienze saranno più fragili; invece che corroborare i nostri sensi di identità e di autostima, diventiamo invece più suscettibili a feedback esterni di conferma. Insomma, diventiamo dipendenti da quello che gli altri pensano di noi e, per alcune persone, questo diventa uno stato mal sopportabile. Che vie di fuga sono disponibili? Una via è quella di diventare indipendenti dalle necessità di conferma da parte di altre persone attraverso una grandiosità o una svalutazione immaginata.
Nel primo caso, la percezione di sé si indirizza verso un’immaginata grandiosità e una auto-idealizzazione mentre, nel secondo caso, la percezione di sé si indirizza verso un’immaginata carenza di risorse (perdente, sfortunato/a, peccatore/peccatrice). Quella che è comune alle due tendenze è la sottrazione delle rappresentazioni interne ai feedback esterni, mediante le costruzione di una realtà interna che vuole mantenersi, senza attacchi, sulle proprie fondamenta.
Se consideriamo lo sviluppo interiore di un’immaginata grandiosità, i meccanismi delineati sopra possono portare alla genesi di tendenze narcisiste che possono avere diversi gradi di intensità.
Considerando un grado di intensità da lieve ad intermedio, le altre persone, i progetti esterni, o tutto ciò con cui una persona con tendenze narcisiste entra in contatto, ricevono interesse in modo proporzionale a quanto a tale interesse contribuisce ad alimentare l’immaginata grandiosità. In altri termini, la relazione con persone, azioni e realtà circostante non sono basate sui concetti di pensiero, amore e attività produttivi, ma piuttosto sulla strumentalizzazione atta all’alimentazione della fantasia narcisista. Ecco che si sviluppano tratti caratteriali quali la sovrastima di sé, eccessiva focalizzazione su di sé, mancanza di interesse in tutto ciò che non è legato a sé, ricerca della perfezione e sensibilità alla critiche.
Se l’intensità aumenta e diventa elevata, invece, il desiderio di proteggere la propria immaginata grandiosità assume delle connotazioni più bellicose, indirizzate verso tutto ciò che non contribuisce a tale immagine o al suo perdurare. Ciò che non corrobora l’immaginata grandiosità è considerato ostile, pericoloso, e viene dichiarato come nemico. Se il narcisismo viene violato, tramite critiche o atteggiamenti ostili, la risposta è la rabbia (che può essere intensa): gli attacchi all’immaginata grandiosità vengono affrontati senza paura.
È anche importante considerare che, nella visione di Erich Fromm, essendo il carattere narcisista influenzato dalle dinamiche sociali, possono anche nascere delle dinamiche narcisiste di gruppo. Una persona, invece che immaginare la propria grandiosità, trae alimentazione per il proprio senso di sé mediante il senso di appartenenza ad un gruppo, sul quale la grandiosità immaginata viene proiettata. Insomma, se non mi immagino di essere un Sole che splende di luce propria (come nel caso del narcisismo diretto a sé), posso immaginarmi di essere una Luna che riflette la luce del Sole. Ecco che dunque la mancanza di esperienze interne che corroborano i sensi di identità e autostima vengono compensate dal senso di appartenenza ad un gruppo idealizzato, che non deve essere messo in discussione; inutile evidenziare come tali dinamiche possano alimentare divergenze tra gruppi politici o nazioni diverse, in quanto purtroppo di tali tendenze parlano i telegiornali tutti i giorni.
Nel prossimo articolo parleremo di un carattere sociale non sviluppato dallo stesso Fromm (che è deceduto nel 1980), ma dal curatore delle sue opere e collaboratore Rainer Funk, il quale ha utilizzato il metodo frommiano nell’analisi della società a noi contemporanea e ha individuato la formazione del carattere egoico.
