Negli scorsi articoli abbiamo affrontato alcune vie maestre dell’incontro diretto: l’esplorazione dell’inconscio, la meditazione, l’amore. Un altro caposaldo della relazione produttiva con sé e con gli altri è l’azione.
Non si può certamente dire che nella società moderna non ci siano cose da fare: siamo bombardati da stimoli, circondati da innumerevoli possibilità in termini di eventi e di esplorazione. Possiamo saltare su un treno ed esplorare una magnifica città vicina, come possiamo prendere un aereo per visitare qualche remoto angolo di mondo. Basta premere un tasto del telecomando, e abbiamo innumerevoli film e serie televisive a disposizione. Significa, tutto ciò, che siamo attivi? Implica, questo, che viviamo la nostra vita secondo il paradigma dell’attività?
La risposta? Dipende. Abbiamo già visto, nella nostra escursione nel concetto di attività, che il vivere qualcosa in modo attivo non ha a che fare con l’atto stesso, ma con le ragioni che lo sottendono.
Sto, mediante l’atto in questione, esplorando il mio potenziale umano? Sto coltivando qualche mia capacità? Sto nutrendo qualche seme dentro di me, che appartiene alle mie possibilità espressive?
Oppure, sto coltivando un qualcosa che non è nelle mie corde, che non appartiene all’intima chiamata del mio essere? Mi sto adattando a qualche ruolo che non sento mio, a qualcosa che la società mi ha fatto credere come buono per l’essere umano, ma che in fondo non ne nutre l’essenza?
Ecco, secondo Erich Fromm è importante vivere. Vivere come un atto di scoperta delle proprie potenzialità, coltivando quelle azioni che permettono di esplorarle e di farle crescere. Vivere esponendosi alle emozioni, qualsiasi esse siano, perché è nell’entrare in contatto con loro che coltiviamo l’accettazione e l’amore verso noi stessi e verso gli altri. Vivere, riconoscendo che le manifestazioni e i comportamenti che alla vita si oppongono, che vogliono limitarla, o che vogliono distruggerla, nascono dal mettere un coperchio ermetico sulle espressioni stesse della nostra vitalità; una vitalità che ci chiede di amare, rispettare e praticare la vita stessa. Se si è impegnati a vivere, nella scoperta e nel rispetto delle proprie potenzialità e di quelle altrui, non si ha poi tanto tempo per distruggere, e neppure se ne ha la voglia.
Nelle profonde e immancabili sofferenze che ci sono al mondo, tra tutti gli atti distruttivi ed irrispettosi della vita che sentiamo quotidianamente nei telegiornali, il vero e più profondo atto di ribellione è vivere, nell’amore e nella coltivazione del potenziale umano, proprio e altrui. Vivere, sperando che la luce della propria candela stimoli altri a splendere e, se non lo farà, per lo meno il buio sarà stato attraversato da un lampo di luce sincero.
