Nel corso delle trascorse vacanze di Natale ho avuto l’occasione di leggere un libro molto interessante: “La società della stanchezza” (editore Nottetempo), del filosofo di origini sud-coreane Byung-Chul Han.
Le statistiche sulla salute mentale a livello globale destano preoccupazioni: fenomeni depressivi e di esaurimento sono in costante ascesa, nonostante molti di noi abbiano più possibilità di quante ne avessero i nostri genitori o nonni. Abbiamo fatto incredibili passi in avanti nella tecnologia, eppure molti di noi sono stanchi, depressi, e nell’incredibile intreccio di mete e obiettivi a nostra disposizione, fatichiamo a sceglierne tali che risuonino con noi, che ci arricchiscano invece che svuotarci.
Le dinamiche che si celano dietro a questi dati empirici non sono semplici, e sono addirittura a tratti paradossali: perchè l’avere più possibilità, o l’avere di più, stanca? Il filosofo Byung-Chul Han inquadra la sua analisi in un cambio di paradigma: mentre l’inizio del ventesimo secolo era incentrato sul modello della negatività (società disciplinare), gli scorsi decenni hanno visto un incremento del ruolo della positività (società della prestazione). Insomma, siamo passati dal divieto al poter-fare, da delle costrizioni esterne al vasto regno della possibilità: Byoung-Chul lo esprime bene con la frase, a pagina 28 del saggio, che afferma che:
Il lamento dell’individuo depresso, “niente è possibile”, è concepibile soltanto in una società che ritiene che “niente è impossibile”.
Insomma, come agiscono la società della prestazione e il concetto di positività sulla nostra psiche? Partendo dal modello precedente (quello della negatività e del divieto), la teoria psicodinamica (fondata sul pensiero di Freud e poi sviluppatasi in molteplici rami) ha creato la figura del Super-Io: per vivere in società in modo equilibrato ed armonioso, le pulsioni umane andavano monitorate (e a volte represse) mediante un’introiezione delle norme sociali, che agissero dall’interno dell’individuo e che lo mettessero in condizione di rispettare autonomamente i divieti. Ma cosa succede se i vincoli si allentano? Cosa accade se il divieto lascia posto alla libertà, alla scelta, al poter-fare? Lo aveva già analizzato Erich Fromm, che nei cambiamenti societari ha visto il carattere autoritario lasciar posto al carattere mercantile: nel moderno contesto socio-economico, che premia la versatilità, lo sviluppo, l’evoluzione, diventiamo dei camaleonti che si adattano al contesto e che, se si dovessero chiedere quale sia il loro colore naturale, faticherebbero a rispondere. Il Super-Io, repressivo, lascia gradualmente posto (secondo Han) all’Io Ideale.
Come agisce l’Io Ideale nel soggetto di prestazione? La risposta risiede nello scarto percepito tra l’Io e l’Io Ideale: se il modello societario corrente invoglia ad essere flessibili, pronti al cambiamento e muta-forma, l’Io Ideale tende a conformarsi come meta da raggiungere che, ahimè, è sempre ad un passo di distanza da qualsiasi impresa ci poniamo di fronte. E, ancora peggio, ci sentiamo liberi di voler continuamente migliorare: invece che riconoscere questa dinamica come un’introiezione dei desideri societari, e dunque come auto-sfruttamento, la percepiamo come sviluppo del sé e trascuriamo i nostri limiti e i nostri bisogni. Se il Super-Io diceva “se non rispetti questi divieti, sarai punito ed escluso dalla società”, l’Io Ideale afferma “tutto qui? Puoi fare di meglio e, per favore, sentiti libero di migliorarti”. Una libertà amara, dopo tutto.
Cosa fare, dunque, se il crescere come persona diventa un dovere piuttosto che un piacere, se il migliorarci ci mette in condizione di trascurare la nostra sacralità e le dimensioni della vita in cui ci arricchiamo, essendo noi stessi “senza se” e “senza ma”? Nell’ultimo capitolo del libro, Byung-Chul Han parla del “tempo solenne“: un tempo in cui riscopriamo la calma, la bellezza, l’arte; tutto quello che ci rende umani.
Spero che Byung-Chul Han mi perdoni, se nello scrivere ho aggiunto troppo di mio alla sua lucida e profonda analisi; raccomando al lettore di sviluppare le proprie idee attingendo direttamente alla fonte, ossia al libro “La società della stanchezza”. Un libro profondo che può guidarci in tempi difficili.
