Su Hermann Hesse c’è poco da dire che non sia già stato detto. Autore di una profondità eccelsa, capace di cogliere i paradossi dell’esistenza umana e di trasporli nelle sue opere: per me, ogni sua lettura è uno specchio, che mi aiuta a sondare la complessità della nostra natura.
L’autore di origini tedesche è celebre per i suoi romanzi: da “Siddartha” a “Narciso e Boccadoro”, fino al “Lupo della steppa” e il “Giuoco delle perle di vetro”. Meno conosciuto è il libro “Leggende e fiabe”, che raccoglie vari racconti scritti tra il 1903 e il 1932. Proprio in questo libro compare una fiaba denominata Augustus: una ventina di pagine di una forza inaudita, secondo me capace di entrare nel cuore di una tematica complessa come quella dell’amore.
Augustus, figlio di una giovane ragazza rimasta vedova, nasce tra i timori e le speranze della madre. In occasione del battesimo del piccolo, il padrino (un anziano dall’aria un po’ misteriosa) suggerisce alla madre di esprimere un desiderio per il futuro del figlio: nell’incertezza, la donna chiede che il figlio possa essere amato da tutti.
Ecco che il piccolo Augustus cresce, cercato dagli amici, ricoperto di elogi e di attenzioni, ma in qualche modo questo affetto esterno non si contrappone alla sua indole interiore, più basata sullo sfruttamento di questa condizione che sull’apprezzamento della medesima. Augustus diventa prima un giovane, e poi un uomo, che sfrutta gli altri e che usa il suo potere su di loro per il proprio tornaconto, per la propria felicità materiale. Il suo animo di inaridisce, ed ecco che Augustus pensa di porre fine alla propria vita.
Riemerge la figura del padrino, che ferma Augustus nel suo intento e si dichiara responsabile della situazione, venutasi a creare dall’esaudire il desiderio di sua madre. Il padrino propone dunque ad Augustus di esprimere lui stesso un desiderio e, tra le lacrime, Augustus desidera che possa lui stesso amare.
Per magia le condizioni di invertono: coloro che amavano Augustus ora lo disprezzano, consapevoli dei torti del presunto amico, e gli rinfacciano tutti gli sfruttamenti ed i comportamenti immorali. Augustus è condotto di fronte alle autorità ed incarcerato; eppure, per quanto egli stesso si trovi in una cella, la gabbia che circondava il suo cuore si apre, le catene che bloccavano il suo spirito si allentano: Augustus ama.
Augustus esce dal carcere, vecchio, mendicante, non amato dalla gente, ma si prodiga per trovare lui stesso delle situazioni in cui amare ed aiutare le persone che incontra; fa piccoli favori, apparentemente banali, ma che scaldano il cuore. In compagnia del padrino, nella capanna in cui andava spesso a trovarlo da bambino, sente risuonare ancora la musica angelica che pervadeva la sua fanciullezza innocente e muore così con un senso di pace.
Cosa c’è di così speciale in questa fiaba? Secondo me, ha il grandissimo pregio di mettere in risalto l’importanza del carattere attivo dell’amore. Già in un altro contesto, Herman Hesse aveva detto:
Felicità è amore, nient’altro. Felice è chi sa amare.
Viviamo in un mondo in cui l’amore ci viene venduto in modo diverso. Le serie televisive si basano sulla forza degli innamoramenti, sulle misteriose frecce che Cupido scaglia, nella sua cecità dei bersagli a cui mira; ecco che nascono infatuazioni passionali e grandi trame basate sulla forza dei sensi. Senza nulla togliere agli innamoramenti, che a tutti noi hanno fatto passare notti insonni e che sicuramente giocano un ruolo importante nell’esperienza umana, il racconto di Hesse ci permette di capire che l’amore è anche (e soprattutto) altro. L’amore è un qualcosa di attivo, che possiamo coltivare, che possiamo innaffiare con i nostri piccoli gesti; l’amore non è qualcosa che capita e verso cui siamo impotenti, ma l’amore è qualcosa che possiamo scegliere nelle nostre azioni quotidiane. Ed è questo carattere attivo dell’amore, questa nostra possibilità di usarlo per insaporire i nostri gesti, che riscalda il cuore e l’anima: come dice Erich Fromm, quella di amare è un arte, che richiede dedizione, impegno e cura affinché evolva e sbocci.
Nella vita ci sono tantissime cose che non possiamo controllare; lo dice anche Spinoza, per cui il nostro fine è crescere attivamente nella nostra natura umana, nel mare delle cause esterne che ci coinvolgono e che generano in noi passioni. Eppure, nell’oceano dell’incontrollabile e tra le infinite onde che lo pervadono, c’è l’isola della speranza: l’amore e la possibilità di praticarlo, quotidianamente, in modo attivo e tramite scelte consapevoli.
