L’Umaleonte

I miracoli dell’ingegneria biomolecolare a portata di mano: diventa anche tu un Umaleonte.

Così affermava, in modo convinto, una frase stampata su di un tabellone pubblicitario. Inizialmente non capii di cosa si trattava, sembrava una promessa del marketing come tante altre, ma le spiegazioni non tardarono ad arrivare. La notizia, da quel tabellone isolato, si sparse: telegiornali, conversazioni tra amici, conferenze pubbliche, non si parlava di altro.

In poche parole, una start-up aveva trovato un modo innovativo per trapiantare alcune caratteristiche genetiche dei camaleonti negli esseri umani. A parte l’effetto non proprio desiderato di rendere la pelle un po’ più coriacea, il gene camaleontico conferiva una certo potere: quello di cambiare colore, sia a livello fisico che a livello emotivo. Iniziarono a diffondersi giovinotti che si mimetizzavano con gli alberi, per poi fare pernacchie e scherzoni ai passanti, e individui dai colori cangianti che passavano dalla gioia alla tristezza con uno schiocco di dita. Il trapianto, inizialmente accessibile solo ai più abbienti, iniziò a venire sovvenzionato da molteplici fonti, fino a quando diventò accessibile a gran parte della popolazione. Gli Umaleonti iniziarono così a diffondersi.

Vuoi mettere i vantaggi dal punto di vista pratico? Le emozioni spiacevoli svanirono negli Umaleonti. Puff! Bastava cambiare colore. Il viola pallido dei rimorsi, il verde bile dei rancori, il rosso acceso della rabbia, i blu cupi delle depressioni, chi più ne ha più ne metta, si potevano trasformare nel giallo dell’allegria. Ecco che un Umaleonte, appena si univa ad un gruppo di persone, captava il colore dominante e mutava: un meccanismo integrativo pratico, efficace e immediato.

Gli umani che, per principio o fattori vari, decisero di non ricorrere alla modifica genetica, si trovarono presto svantaggiati su più fronti. Gli Umaleonti ascendevano nelle aziende, nella politica e anche nella vita sociale: con l’allegria e lo scherzo pronto, molti preferivano gli Umaleonti all’imprevedibilità degli amici di una vita.

Andò avanti così, per un qualche tempo, fino a quando successe qualcosa di inaspettato: gli Umaleonti, pur mantenendo tutte le loro capacità in atto, persero la capacità di lettura e di adattamento. Quella capacità di mutare, di adattarsi, inizio a divergere dalla capacità di vivere quanto si esperiva: potendo essere di qualsiasi colore, potendo indossare una qualsiasi emozione, quali erano i tratti propri e quali quelli altrui, in un dato momento? Un giorno Calalberto era casualmente di colore ocra, quando Calaubaldo gli si affiancò e divenne ocra lui stesso: un colore associato allo stato di placide quiete. Calaubaldo condivise apprezzamenti sulla calma di Calalberto, e Calalberto elogiò a sua volta la stoicità di Calaubaldo, senza però che nessuno dei due capisse da dove venissero quelle sensazioni, da chi altro le avessero prese e, soprattutto, cosa significassero e che risonanza avessero con il loro vissuto. Potendo scegliere tutto, rinunciarono alla piacevolezza di avere dei limiti e di gustarsi il sapore dei traguardi conquistati.

Fu così che gli Umaleonti si estinsero gradualmente. Nel mondo tornarono a regnare le imperfezioni, l’imprevedibilità, insieme ad una buona dose di tristezza, di paure e di solitudini. Eppur se per caso, girovagando in un parco, sul volto di qualcuno si intravedeva un sorriso, si sapeva che scaturiva dal cuore e non da un capriccio cromatico affidato al caso.

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