È un fenomeno noto: quando io pronuncio una parola e tu la ascolti, o viceversa, non necessariamente intendiamo o comprendiamo la stessa cosa. Questo per il semplice fatto che le parole sono dei recipienti, in cui ognuno di noi mette un conglomerato delle proprie esperienze, tanto diverse quante sono le vite di ciascuno di noi.
Questo articolo è dedicato alla parola compassione. Il dizionario è un ottimo punto di partenza per definire una parola: dal vocabolario online Treccani apprendo che la parola compassione deriva dal tardo latino compassio -onis. Questa parola sembra essere a tutti gli effetti composta: unisce cum (insieme) e patior (soffrire); a livello etimologico, quindi, la parola compassione dona alla sofferenza una dimensione inter-personale. Proprio come un oggetto pesante è più facile da trasportare, se siamo in più persone a farcene carico, così i rovesci della vita possono essere elaborati meglio se accolti in una dimensione di compartecipazione.
Infatti, il vocabolario Treccani specifica che la compassione è un:
Sentimento di pietà verso chi è infelice, verso i suoi dolori, le sue disgrazie, i suoi difetti.
E cos’è la pietà? Lo stesso vocabolario la definisce come:
Sentimento di affettuoso dolore, di commossa e intensa partecipazione e solidarietà che si prova nei confronti di chi soffre.
Personalmente trovo che queste definizioni siano stupende; esaltano la vicinanza umana nelle difficoltà e mettono in luce un atteggiamento paritario: oggi sei tu che soffri, domani sarò magari io e, se siamo reciprocamente aperti a non giudicarci e a tentare di capirci, possiamo farci carico di questi dolori insieme.
Eppure, leggendo più avanti nella definizione di compassione, qualcosa cambia. Ecco che il vocabolario Treccani (link riportato sopra) mette in luce che:
Frequente la locuz. fare c., destare pietà: è in uno stato da far c.; iperb., faceva c. persino ai sassi; anche, suscitare un senso di sprezzante commiserazione, detto di cose biasimevoli, ridicole, meschine, di lavori mal riusciti, di persone inette: il tuo cinismo mi fa c.; lo spettacolo faceva davvero c.; un pittore, un poeta che fa c.; con più spregio: taci, mi fai c.!; con sign. sim.: è una c. sentirti leggere; era una c. sentirlo strimpellare in quel modo il violino.
Qualcosa è cambiato. Dov’è finita la compartecipazione? Ecco che interviene la sprezzante commiserazione ed intervengono delle parole di giudizio come biasimevoli, ridicole, meschine, mal riusciti, inette. Si può ancora parlare di compassione? A quanto pare sì, perché è proprio questa parola che viene usata per esprimere questi sentimenti. Eppure, è la stessa compassione definita sopra, usando termini come affettuoso dolore e commossa e intensa partecipazione? A me non sembra.
C’è da esserne stupiti? Non necessariamente, perché le parole sono delle entità dinamiche: evolvono insieme alla società in cui vengono utilizzate e assumono il colore fornito dalle tantissime persone che le pronunciano.
In una realtà in cui veniamo a conoscenza delle immani tragedie del mondo attraverso i telegiornali, in cui sentiamo di scoppi di nuove guerre, in cui la tecnologia sembra correre ad un passo molto più veloce del nostro pensiero e delle nostre fondamenta etiche, può venire la tentazione di porre una barriera, di chiudere una porta, di rintanarci nel nostro giardino; il dolore può essere troppo, le disuguaglianze assai marcate, il senso di impotenza predominante.
Ecco che possiamo sentirci spinti a provare compassione nella sua venatura di giudizio, a biasimare la realtà per come appare e a percepirne i lati di ridicolaggine ed inettitudine. Ci sentiamo separati, ci chiudiamo in noi stessi, riduciamo la portata del nostro cuore.
Eppure, possiamo ricordarci del significato intimo ed originario di compassione, rimembrare l’interdipendenza delle cose, appurare il fatto che siamo tutti uniti e che, nel mare di dolore, non ci sono afflizioni che non possano essere per lo meno attenuate da un atto di gentilezza o da una amorevole carezza.
