Se le estati degli scorsi anni si sono dimostrate calde, è sotto gli occhi di tutti che il 2026 romperà nuovi record. Canicole pluri-settimanali, siccità estrema, fiumi e laghi ai minimi storici: sono solo alcuni degli effetti di cui i climatologhi parlano da anni ma a cui, per un qualche oscuro (o non troppo oscuro) meccanismo della psiche umana, diamo credito solo quando li sperimentiamo in prima persona.
L’analisi della storia del cambiamento climatico mostra un chiaro contrasto tra logiche di sottofondo.
Da un lato abbiamo il capitalismo, che nel corso dei decenni ha sviluppato il parallelo modello del consumismo. Un consumismo che non riveste solamente l’ambito materiale ma che, con l’avvento dei social media e degli influencer, ha iniziato a permeare anche l’ambito dell’esperienza: lo scopo è riempire il vuoto interiore, generato da una società che va troppo veloce e da relazioni umane sempre più flebili e indifferenti, mediante oggetti o avventure (possibilmente in mete lontane, da raggiungere con l’aereo, che inquina molto). Il mito della vacanza in mete esotiche, come pausa da una routine e da ritmi che per molti esseri umani non funzionano, perché non ne rispettano la fisiologia e i naturali tempi di riposo.
Dall’altro lato abbiamo l’impronta ecologica, ossia un calcolo, diventato sempre più accurato nel corso degli anni, di quante sono le emissioni (misurate in tonnellate di CO2-equivalenti) personali nel corso di un anno. Al momento la media globale di tali emissioni è di circa 5 – 6.5 tonnellate di CO2 equivalenti all’anno, con variazioni globali estremamente ampie: emissioni molto basse negli stati più poveri (una povertà che fa male e che non consente neanche una nutrizione sufficiente), emissioni vicine alla media negli stati europei ed emissioni doppie rispetto alla media negli Stati Uniti e in nazioni più ricche (come la Svizzera).
Non mi interessa scrivere in questo articolo metodi o tecniche per abbassare la propria impronta ecologica: chiunque sia volenteroso e desideri informarsi in merito, per implementare cambiamenti nel proprio stile di vita, trova linee guida online o in libri/articoli dedicati. Quello che mi preoccupa di più è il contrasto tra le logiche: riusciremo ad abbassare le nostre emissioni a 2.3 – 2.5 tonnellate di CO2 equivalenti entro il 2030, e ad arrivare a 0 entro il 2050 (per mantenerci sotto la soglia di 1.5°C), mentre siamo letteralmente bombardati, quotidianamente, dall’altra logica, quella del capitalismo? Sto parlando delle onnipresenti pubblicità, dell’essere continuamente esposti ad inviti ad acquistare di più, a fare nuove esperienze.
Le religioni globali sono in crisi, l’intelligenza artificiale avanza, il nostro spettro di attenzione (quella salutare capacità di focalizzarsi su qualcosa, per apprendere qualcosa di nuovo ed incrementare il proprio potere espressivo vitale) si fa sempre più corto.
Sono dell’idea che non riusciremo, in modo efficace, ad affrontare l’imponente sfida climatica che abbiamo davanti (chiunque la minimizzi, la neghi o si rassegni a riguardo non ne ha forse capito le conseguenze) finché non ripensiamo l’essere umano e ci riallineiamo alla nostra natura.
Cosa significa questo nel concreto?
- Capire che noi esseri umani, per quanto potenzialmente intelligenti, siamo una particella minuscola della biomassa globale e che, avendo determinato l’insorgere dell’Antropocene, abbiamo anche la responsibilità di guidarne la direzione.
- Capire che spendere e consumare di più, a lato degli effetti deleteri che ha sull’ambiente, non ci rende più felici. Le religioni di tutto il mondo e molteplici analisi psicologiche concordano in questo: ciò che rende felice l’uomo è altro. L’amore e la vicinanza reciproci, oltre che a far bene, non inquinano.
- Capire che il modello dell’avere causa numerosi problemi, mentre quello dell’essere nutre la nostra natura più intima e permette una maggiore connessione con l’ambiente circostante. Ne parlava Erich Fromm, nel suo ultimo capolavoro (“Avere o Essere?”), insieme alla speranza della coltivazione di una nuova scienza dell’uomo e di una serie di misure concrete, che aiutassero ad esprimerci pienamente. Inutile a dirsi: tra il 1976 (uscita del libro) a oggi, il mondo non ha proprio seguito quella direzione.
Siamo chiamati a scegliere se continuare con l’indifferenza, la disinformazione o l’attuazione di abitudini deleterie per l’ambiente, o se prendere in mano questa contraddizione intrinseca alla storia della società moderna e farla evolvere, affinché il futuro nostro e dei nostri discendenti ne possa beneficiare.
