Una strada di città.
Le ruote che corrono sull’asfalto: girano all’impazzata, si fermano, riposano qualche secondo e ripartono. I pedoni che camminano, nel chiacchiericcio collettivo, tra urti involontari, chiamate con gli auricolari, qualche rapido saluto cortese e qualche sfacciato insulto (meno cortese). Le vibrazioni della metropolitana sotto terra, il suono delle porte che si aprono e si chiudono, tazzine di caffè che si appoggiano alle labbra, si svuotano del portentoso intruglio e si riadagiano leste sui rispettivi piattini.
“Taxi, Taxi!”, “Comprate l’ultimo modello di smartphone!”, “Frutta e verdura a buon prezzo!”, “Il giornale, edizione del mattino!”. Il mega-tabellone pubblicitario, appena installato sull’ennesimo grattacielo, mostra video di famiglie felici per molteplici ragioni: i deliziosi biscotti inzuppati nel latte (vegetale?), l’auto performante appena comprata, una vacanza in una meta esotica.
Ufficio.
I suoni delle dita che battono sulla tastiera, i macchinari in produzione, i colleghi che si raccontano le avventure delle sere precedenti. Ecco che arriva il più magico e malsopportato suono dell’universo: il magico “din!”, araldo di notifica, che sia un’e-mail, un messaggio, un invito ad un meeting o un nuovo video di animali coccolosi su Youtube.
Le discussioni sul da farsi, una barzelletta, un problema che emerge e si risolve da solo, un problema che emerge e non si risolve da solo (mannaggia), un problema che sta per emergere e che si fa? Si aspetta che spunti dal terreno, cresca e diventi un poderoso mostro oppure lo si va a cercare nel multiverso delle possibilità? Qualcuno ha un retino?
Un training, un brainstorming dell’ultimo minuto, un saluto ai colleghi e il suono della porta di uscita che si apre.
Di nuovo il traffico, i pedoni, la pubblicità: oggi ne è uscita una nuova, di un paio di occhiali da sole con un innovativo filtro che rimuove elementi indesiderati dal campo visivo. Cosa vedrei se li indossassi? Non ci penso, costano troppo e non ne sono neanche convinto.
Il palazzo familiare, il portone, la rampa di scale, la porta di casa, il rumore della chiave che si infila nella serratura e il meccanismo che scatta. La luce che si accende, il corridoio, la porta che si chiude.
Casa.
Silenzio.
Che cos’è, che forma ha il silenzio? L’ho lasciato a casa stamattina, da solo, dopo averlo salutato come un caro amico. Cosa avrà fatto durante il giorno? Spero che non si sia annoiato, manco parla. Avrà guardato fuori dalla finestra, come suo solito, chiedendosi com’è il mondo là fuori. Non l’ho mai fatto uscire, rischierebbe di essere travolto e di essere spazzato via dal chiasso assordante. Le cose delicate vanno protette.
Mi siedo con lui, lo abbraccio. In questo abbraccio i pensieri si placano, si tolgono le scarpe da corsa e mettono le pantofole. Le convinzioni si fanno più dolci, i loro confini si smussano e si aprono al possibile e alle interpretazioni. Il battito del cuore rallenta. Col silenzio tornano la calma, il sorriso.
Gli racconto della giornata trascorsa. Non a parole, ovviamente. Se parli al silenzio, smette di ascoltare: non perchè ascoltar non voglia, ma perchè appena iniziano le parole lui già non c’è più. E come può ascoltare se non c’è? Ho imparato quindi un altro modo di comunicare con lui: tramite sensazioni, piccoli movimenti, sopracciglia che si alzano, muscoli facciali che si contraggono e si distendono. Ogni muscolo che si rilassa parla più al silenzio di quanto qualsiasi dizionario possa fare.
Passiamo la serata insieme e, quando mi sdraio a letto per dormire, lo saluto con uno sguardo, pronto a ri-accoglierlo al mattino successivo.
