Il volo di una freccia

Il vecchio Sam sedeva allegro, di fronte al caminetto. La luce emanata dalle fiamme permeava i suoi occhi: giallo e rosso che ondeggiavano armoniosamente, alternandosi in una danza piacevole e imprevedibile.

Il suo pensiero andò alla giornata appena trascorsa. Era andato a fare una passeggiata in montagna con i suoi vecchi amici. Era impossibile ricordare i bicchieri di vino bevuti insieme, le lacrime condivise e i sorrisi spartiti. Le gambe non erano più quelle di una volta, ma la sua passione della montagna era rimasta inalterata nel corso degli anni: al vecchio postino piaceva immergersi nella natura per ritrovare se stesso.

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Di fronte al caminetto, mentre rilassava le vecchie gambe stanche, Sam prese il suo libro di racconti, curioso di vedere che cosa gli avrebbe regalato. Lo aprì casualmente, e iniziò a leggere il racconto, che aveva per titolo «Il volo di una freccia».

L’occhio del giovane arciere era fisso sul bersaglio. Il sudore scorreva copiosamente sul suo volto, testimone della concentrazione che il ragazzo stava coltivando dentro di sé.

Nel momento in cui lasciò la freccia, questa volò dolcemente nell’aria, fino a conficcarsi nel tronco che stava mirando. Gabriel si sentì soddisfatto del suo tiro, e un sorriso teso comparve sul suo volto. Che motivo aveva, quella espressione gioiosa, di crescere nella penombra della tensione?

In realtà, molte difficoltà assediavano la mente del giovane. Non solo quella del giovane: non vi è persona che sia risparmiata da momenti di sfida.

Gabriel sapeva che, di fronte a qualsiasi assedio esterno, vi era la possibilità di scorgere un alleato in chi lo stava attaccando, in quanto lo aiutava a crescere e a imparare. Riprese fiducioso il suo allenamento, e trasformò dentro di sé la tensione in determinazione.

Le settimane si susseguirono rapide, fino al giorno del grande torneo. Ogni anno il re del paese organizzava dei grandi giochi, che erano momenti di divertimento e di messa alla prova delle proprie capacità. Il giovane ragazzo aveva deciso di iscriversi alla gara di tiro con l’arco, e si era allenato duramente per questo evento.

Leggendo il tabellone degli iscritti, ci si poteva chiedere che speranze potesse avere il giovane di competere con i concorrenti: nomi noti, arrivati da ogni parte del paese, e le cui capacità risuonavano nei racconti di quell’epoca.

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Di questo al giovane non importava: la sua gara era con se stesso.

Contro ogni aspettativa altrui, Gabriel superò le prove e arrivò alla finale. Il suo nome iniziò a emergere nei discorsi degli spettatori, sempre più sorpresi dalle sue capacità.

Erano rimasti in pochi nell’atto finale della sfida: Gabriel, arcieri dai nomi pregni di mito e leggenda, e un anziano di cui nessuno aveva mai sentito parlare.

La folla rimase stupita quando il giovane arciere superò i campioni del tempo, scoccando la sua freccia con armonia e conficcandola vicina al centro del bersaglio. Gli occhi del ragazzo si riempirono di gioia, nel vedere il risultato che aveva raggiunto, frutto della sua passione e del suo impegno.

Mancava ancora un concorrente: l’anziano uomo, sconosciuto alla quasi totalità dei presenti. Gabriel lo osservò mentre si preparava a tirare. I suoi movimenti erano accompagnati da una grazia e da un’armonia che non aveva mai visto. Il suo occhio era vigile, attento, e allo stesso tempo dolce e rilassato.

Quando scoccò la freccia, il giovane arciere sapeva già che sarebbe finita nell’esatto centro del bersaglio. E così fu.

Un grande silenzio permeò l’aria, fino a quando iniziarono a sentirsi urla di gioia e festa, che accompagnarono il vincitore del torneo verso il luogo della premiazione.

Gabriel, in quanto secondo classificato, lo accompagnò, per ritirare il premio che gli spettava.

Spinto della curiosità, mentre camminavano insieme, si rivolse all’anziano vincitore e gli chiese:

«Signore, ho visto il suo tiro e sono rimasto sorpreso. Qual è il suo segreto?».

Lo sguardo dolce del vecchio accompagnò le sue parole:

«Sai, ragazzo, il mio segreto è molto semplice. Capita spesso che nel tirare una freccia l’arciere si concentri sulle proprie capacità. Si focalizza su quello che deve fare, per indirizzare la freccia nel centro del bersaglio. In questo modo, la freccia diventa il mezzo con cui esprime le sue abilità nel tiro.

E se la freccia fosse il fine? Cosa succederebbe se un arciere si immedesimasse nei panni della freccia, e volasse insieme a lei? Cosa succederebbe se, nella freccia, mettesse se stesso e incidesse il suo pensiero?

Sto parlando del tiro con l’arco, ma quanto sto dicendo ha valenza molto più generale. Spesso, nella nostra esistenza, compiamo delle azioni per raggiungere qualcosa, o per dimostrare la nostre abilità ad altre persone. E se invece le azioni fossero il fine? Se nelle azioni mettessimo noi stessi, creando un collegamento inscindibile che ci unisce a ciò che facciamo? Se saldassimo i nostri valori e i nostri ideali con i gesti che compiamo quotidianamente?

Pensaci, ragazzo: sei di fronte a una scelta. O agirai per ottenere, o il risultato nascerà dentro di te, come conseguenza stessa delle azioni che compi, e come conseguenza del fatto che poni te stesso in quello che fai.»

Quel giorno Gabriel alzò un trofeo al cielo, ma ne costruì nella sua mente uno ben più saldo: quello dell’inscindibile legame con le proprie azioni.

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