L’Ego e la perenne lotta delle dimensioni falliche

«Cogito ergo sum», diceva Cartesio. Secondo il filosofo, una prova tangibile della nostra esistenza è la nostra attività celebrale, e i pensieri che da questa ne derivano. Il miracolo (o la rovina) dell’essere umano è la sua capacità di pensare al pensiero, e di creare così legami (a diversi livelli di astrazione) tra gli oggetti delle proprie elucubrazioni mentali. Da questa capacità di pensare al pensiero nascono meraviglie e nascono rovine. Nascono i razzi, gli orologi, la tecnologia, le poesie, la guerra, la povertà e lo sfruttamento ambientale. Tra tutto questo, nasce anche una personalissima percezione di chi si è e di cosa si sa fare: l’identità.

Le convinzioni su chi siamo e su cosa siamo in grado di compiere determinano in modo marcato i sentieri delle nostre esistenze. Sostanzialmente, camminiamo ogni giorno nella nostra realtà seguendo le linee tracciate dalla nostra percezione di chi siamo attualmente e di chi possiamo diventare. Forti del nostro senso di identità, etichettiamo alcuni oggetti come “nostri” e i rimanenti come “altrui”. Operiamo distinzioni tra chi siamo “noi” e chi sono gli “altri”, vedendoci come tasselli separati di un mosaico. Un mosaico che probabilmente non ha ragione d’essere definito: non perché non esista qualcosa di più grande che ci comprende, ma perché non esistono i tasselli che lo compongono. Siamo noi a percepirci come divisi quando forse neanche lo siamo. Più che tasselli, possiamo vederci come le infinite gradazioni cromatiche che compongono un meraviglioso quadro; quindi, qualcosa di continuo.

Ego

Il concetto di separazione, e la percezione del sé come qualcosa di svincolato dagli altri esseri viventi, hanno determinato nella storia del nostro pianeta eventi assai improduttivi. Sono nate guerre quando moltitudini di sé sperimentavano idee diverse nelle loro menti. Sono nati stermini quando alcuni sé hanno reputato di essere superiori di altri sé. E, nella quotidianità, il senso di separazione conduce spesso nel voler affermare e ribadire quello in cui si crede, chi si è e i risultati raggiunti nel corso della propria esistenza. In poche parole, la distinzione operata improduttivamente del sé conduce a voler mostrare che si ha il pene più grande di quello altrui.

Io ho fatto questo. E anche quello. Oh, come non ricordare che ho fatto anche quell’altro! Ho preso 8 nella verifica, tu quanto hai preso? Sai, mi hanno dato un premio per i risultati della gara di nuoto. E tu?

Questa via percettiva conduce spesso al volersi affermare. Ne sono un esempio la fame di successo, la continua esaltazione del proprio fisico e il ribadire continuamente le proprie idee (in modo del tutto incurante rispetto a quelle altrui). Dalla separazione nasce quel senso di solitudine e di mancanza, che spesso induce ad ammassare beni e oggetti che colmano per un po’ quel vuoto percepito, fino a quando la voragine si riapre e ci si sente più vuoti di prima. Spesso le persone cercano conferma di chi sono nel loro pensiero, e nel farlo si confondono con la descrizione che hanno operato di loro stessi. Perdono l’essenziale, che si cela dietro le parole e che le parole non possono esprimere. Solo il silenzio e la gratitudine possono farlo.

Sarebbe assai armonioso un mondo in cui esistono meno “me” e “te”, e in cui esistono più “noi”. Un mondo in cui vi sia una profonda comprensione del fatto che tutto sia interconnesso, e del fatto che le proprie azioni non possano in nessun modo essere scisse da quello che ci circonda. Un mondo con meno Ego, con più compassione e con più empatia. E visto che siamo noi a fare il mondo, un mondo tale è possibile, se siamo in grado di pensarlo e di operarlo con scelte concrete.

Un abbraccio,

Mattia

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