Verbo essere e dialogo interiore funzionale

Internal dialogue

Il modo in cui decidiamo di utilizzare il verbo essere all’interno della nostra comunicazione ha delle grandissime implicazioni sulla nostra qualità di vita. Ti avevo già parlato di questo verbo, e ti consiglio di rileggere l’articolo in questione (puoi accedervi cliccando qui). In questo modo, infatti, implementerai al meglio nella tua vita i miglioramenti di cui ti parlerò nelle prossime righe.

Il verbo essere, inteso in senso identificativo o in senso assertivo, si comporta frequentemente come un congelatore di realtà. Il mondo in cui viviamo è dinamico, e muta continuamente. Lao Tzu, autore del meraviglioso Tao Te Ching, si riferisce alla realtà quotidiana da noi sperimentata come «il mondo delle diecimila creatura». Parla della nostra percezione come un susseguirsi di variazioni, e questo è ben coerente con la nostra vita di tutti i giorni. Infatti, nella nostra esperienza quotidiana, tutti noi possiamo sperimentare che l’unica costante è il cambiamento.

Tenendo conto di questa importante premessa, è assai utile valutare il ruolo che può avere il verbo essere nella nostra comunicazione interna e interpersonale. Se la realtà muta, e noi mutiamo incessantemente con essa, quanto è per noi conveniente descrivere (e quindi creare) il nostro mondo con forme linguistiche e comunicative improntate sulla staticità? Quanto ci è utile creare una discrepanza tra la nostra variabile percezione e le parole che tendono invece a mostrarcela come ferma e costante?

Ti faccio un esempio, per chiarire subito le importanti implicazioni che ha l’argomento di cui ti sto parlando. Prendiamo la frase «Sono stupido», e analizziamo il modo in cui influenza colui che la dice (o la pensa) nel percepire la sua realtà. Il verbo essere è in questo caso legato ad un aggettivo depotenziante, e fa in modo che la persona che pronuncia la frase identifichi se stessa con il concetto stesso di stupidità. In altri termini, questa frase implica che la stupidità sia una caratteristica immanente alla persona stessa, e che non possa essere svincolata da quest’ultima; implica che la stupidità sia presente in ogni azione della persona, e la rende quindi una caratteristica permanente e pervasiva.

Che potere traiamo da comunicazioni interne di questa tipologia? Che utilità traiamo dall’utilizzare il linguaggio come un raggio congelatore?

Nei casi in cui tendiamo ad affiancare il verbo essere a caratteristiche che risultano per noi limitanti, è bene che innanzitutto portiamo consapevolezza nel nostro dialogo interiore. La forza dell’abitudine può condurci ad utilizzare queste vie comunicative in modo inconscio, ed è bene innanzitutto riappropriarci dell’enorme potere che scaturisce dal scegliere in modo efficace le parole che utilizziamo.

In questa settimana, poni attenzione al tuo dialogo interiore. Scrivi sul tuo diario o su un quaderno le frasi che utilizzi per comunicare con te stesso/a e che reputi per te depotenzianti. Facendo questo, porti la luce e il calore della consapevolezza nel tuo dialogo interiore, e ti riappropri di automatismi che la forza dell’abitudine può aver introdotto nel tuo comportamento.

Una volta identificate le forme disfunzionali di comunicazione interiore, è assai produttivo pensare a delle formulazioni linguistiche alternative, che conferiscono maggiore potere a colui che le esprime. Ti fornisco delle linee guida generali, che puoi applicare ai vari casi specifici che riporti sul tuo diario o sul tuo quaderno.

  • Rivolgiti al comportamento specifico, e non all’identità. Ammettiamo che una persona metta in atto un comportamento poco funzionale. Se per descrivere tale comportamento utilizza aggettivi depotenzianti, e li proietta sulla sua identità con il verbo essere, tende a congelare la propria realtà. A livello linguistico, infatti, la non funzionalità del comportamento viene resa permanente e pervasiva. In altri termini, sembra che la non funzionalità caratterizzi qualsiasi comportamento della persona, a livello situazionale e a livello temporale. È opportuno porre dei paletti, contestualizzando l’improduttività al SINGOLO comportamento. Questo a livello linguistico si traduce in espressioni del tipo: «In questa specifica occasione ho messo in atto questo comportamento, che si è rivelato improduttivo». Ad esempio, invece che dire «sono stupido», è bene dire «in questo specifico contesto ho messo in atto un comportamento che ritengo stupido».
  • Utilizza la prospettiva dell’apprendimento. Il passato è passato. Non è possibile modificare quanto abbiamo fatto, ma è sempre possibile imparare dalle proprie azioni, per metterne in atto di più produttive nel presente e in futuro. Dunque, una volta che hai contestualizzato l’improduttività allo specifico comportamento, puoi chiederti: «Cosa può insegnarmi questa esperienza?», «Cosa posso fare di nuovo la prossima volta in modo tale da ottenere nuovi risultati?».
  • Ringrazia e complimentati con te stesso/a, per esserti messo/a in gioco. Quando si impara qualcosa di nuovo, che fa una grande differenza nelle nostre vite, è bene festeggiare. In questo modo associamo l’apprendimento al piacere, e le volte successive ci metteremo in gioco sempre più volentieri per imparare nuove cose. Gioisci e amati! Apprezza la tua umanità e ringrazia per l’enorme possibilità di scegliere la tua rotta e di condurla sempre maggiormente su percorsi che senti pienamente tuoi!

La parola crea. Crea la tua realtà con parole eccezionali, e vivi la meraviglia!

Un abbraccio,

Mattia

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