È ancora necessario il concetto di identità?

Identità

In questi giorni sto riflettendo molto. Tante domande, poche risposte.

Il principale concetto sul quale rifletto è quello di identità. Ognuno di noi ha una determinata percezione di se stesso: ce la siamo costruita nel corso della nostra esistenza, sulla base del modo in cui abbiamo interpretato quello che ci è accaduto. Le esperienze sensoriali che abbiamo vissuto ci hanno fornito la materia prima per la costruzione della nostra identità. A partire da queste esperienze, con il coinvolgimento delle nostre emozioni e delle nostre forme linguistiche, abbiamo costruito un’immagine di noi che a nostro parere ci rappresenta.

Tale rappresentazione, o «percezione di sé», contiene molte informazioni su di noi. Attingiamo da essa idee in merito a quello che è per noi importante (i nostri valori) e idee in merito a quello che possiamo fare nelle nostre esistenze (convinzioni e aspettative di auto-efficacia). Sulla base di quello che è per noi importante e sulla base delle nostre convinzioni sviluppiamo determinate capacità, le quali ci consentono di mettere in atto determinate azioni nel nostro ambiente quotidiano. Questa è l’essenza del modello dei Livelli Logici, sviluppato da Robert Dilts su profonde intuizioni dell’antropologo Bateson. I livelli precedentemente descritti (identità, valori, convinzioni, capacità, comportamento, ambiente) operano a diversi livelli di astrazione, ed è bene valutare propriamente a quale livello una persona percepisce limiti nella propria vita. Ad esempio, se ritenessi al momento di non saper disegnare, sarebbe bene per me comprendere se penso semplicemente di non averne la capacità (ma di poterla sviluppare) o se penso di non poter mai imparare a disegnare, perché in passato non ci sono mai riuscito. Nel primo caso risulterebbe opportuno intervenire al livello delle capacità, e insegnarmi opportune strategie per imparare a disegnare. Nel secondo caso, l’apprendimento dell’abilità sarebbe influenzata dalla convinzione di non poter imparare, e risulterebbe dunque opportuno intervenire prima sulla mia convinzione.

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Come puoi vedere nell’immagine sopra, al di sopra dell’identità risulta esservi un ulteriore livello: quello dello spirito. Esso rappresenta la percezione che ognuno di noi ha di sé, relativamente al contesto più ampio del quale fa parte. Contiene dunque al suo interno quella che percepiamo essere la nostra mission: cosa siamo a fare al mondo, e cosa vogliamo donare alla realtà di cui facciamo parte.

La domanda che mi sto ponendo è la seguente: è ancora necessario il concetto di identità? Personalmente sto sviluppando delle idee in merito all’improduttività del concetto egoico nella società moderna. Siamo di fronte a grandi sfide, alimentate spesso dal fatto che è prassi comune la percezione di sé come un qualcosa di distinto dagli altri e dall’ambiente in cui si vive. Molte sfide e difficoltà nascono da mentalità del tipo «io ho ragione, tu hai torto», e questa modalità percettiva presuppone l’esistenza dell’io e del tu, a svantaggio del «noi» e della crescita comune.

Vi sono diverse influenze che mi stanno facendo valutare l’utilità di questa prospettiva.

Una prima influenza è relativa all’ambito linguistico. Il linguaggio assume un ruolo fondamentale nella creazione e percezione mentale della nostra realtà. Il verbo essere, utilizzato in senso attributivo o in senso identificativo, si comporta frequentemente come un “congelatore di realtà”. Tale verbo ci mette frequentemente in condizione di attaccare etichette statiche a processi che statici non sono. Se affermo di “essere bravo a giocare a tennis”, questo può essermi di ostacolo nel raggiungere nuove consapevolezze e nello sviluppare nuove abilità. Se affermo di “non essere portato per lo studio” effettuo una grandissima generalizzazione disfunzionale. Il mancato raggiungimento di determinati risultati a livello scolastico viene proiettato a livello egoico, complicando in questo modo la possibilità di cambiamenti e ostacolando l’acquisizione di nuove competenze per studiare meglio. Se invece decidessi di attenermi ai comportamenti rimarrei più vicino alla mia realtà esperenziale, ed eviterei in questo modo di precludere ampie possibilità di crescita. Qualsiasi etichetta venga posta dopo il verbo essere presuppone un’ottica dualistica di analisi della realtà: bello/brutto, giusto/sbagliato. Si sale a livelli così alti di astrazione che risulta difficile rimanere aderenti all’esperienza di base originaria, e questo può creare ostacoli nel processo di cambiamento.

La seconda influenza deriva dall’ambito spirituale. Nell’esaminare le esistenze di persone che hanno compiuto imprese straordinarie noto come la parola chiave non sia «io», ma sia piuttosto «noi». Madre Teresa si riteneva “una matita nelle mani di Dio”, e la sua attenzione era volta al benessere comune. Vite vissute in modo pieno e gioioso erano colme di «noi», e assai povere di ego. Eckhart Tolle mette in luce come il nostro senso di ego tenda frequentemente a condurre la nostra mente a focalizzarsi sul passato e sul futuro, perdendo in questo modo l’immenso potere del momento presente. Secondo l’ottica di Tolle la questione non è sviluppare un senso di sé “positivo”, ma trascendere il sé con la consapevolezza, notando che siamo costantemente molto di più rispetto a quello che pensiamo di essere. La medesima prospettiva si ritrova nella maggior parte delle tradizioni meditative mondiali. Sebbene i percorsi delle tradizioni siano diversi, la loro struttura risulta essere simile. Tale struttura si basa sull’incremento della padronanza di consapevolezza e concentrazione, con il fine di trascendere il mondo dualistico e giungere così all’intuizione dell’unità con la forza creatrice che tutto pervade. Il Dalai Lama continuamente ribadisce che la basa di una vita gioiosa è la compassione, che presuppone un atteggiamento basato su una grande consapevolezza del «noi».

È possibile sviluppare una visione di sé che tenga implicitamente conto del concetto di «noi», e che trascenda l’ego per tenere costantemente in considerazione un’ottica di crescita comune, in cui tutto è intercorrelato? Penso che questo sia molto importante per tutti noi, in questo momento storico che stiamo vivendo.

Un abbraccio,

Mattia

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