E-prime

Oggi voglio condividere con te degli spunti riflessivi su un importante modello linguistico: l’E-Prime.

essere-o-non

Viviamo in una realtà dinamica, in cui l’unica certezza sembra il cambiamento. Se il linguaggio con cui descriviamo il mondo tiene conto di questa intrinseca mutabilità, creiamo in noi una rappresentazione efficace di quanto ci circonda. Se descriviamo una realtà mutevole con forme linguistiche statiche, priviamo noi stessi della possibilità di percepire il cambiamento, e creiamo così una rappresentazione inefficace.

Immagina di avere di fronte a te un bellissimo vaso, che ha la bizzarra caratteristiche di mutare frequentemente forma. Per riprodurre tale vaso puoi utilizzare della morbida creta, e modellarla dolcemente ogniqualvolta il vaso muta forma. Cosa succederebbe se tale creta perdesse la sua malleabilità e si solidificasse? Se diventasse solida e fragile, sarebbe impossibile per noi intervenire sulla sua forma. In questo modo non riusciremmo più a rappresentare i mutamenti del vaso.

Se vogliamo avere una rappresentazione funzionale di un mondo che muta, risulta utile avvalersi di una «malleabilità linguistica». In altri termini, riusciamo ad ottenere una descrizione più efficace e funzionale della realtà se diamo a noi stessi la possibilità di utilizzare forme linguistiche che ammettono il cambiamento.

Da considerazioni simile a queste nasce l’E-prime. Questo modello venne creato David Bourland Jr., su profonde influenze di Alfred Korzybski. Questo modello, in poche parole, afferma quanto segue: risulta conveniente evitare l’uso del verbo essere in senso assertivo o identificativo. Per una maggiore comprensione dell’utilizzo di questi modi d’uso del verbo essere, ti consiglio di leggere questo articolo.

Ogni volta che diciamo che qualcosa «è», definiamo anche cosa «non è», limitando le sue potenzialità di mutamento. Se affermo di essere stupido, non conferisco a me stesso la possibilità di apprendere nuove informazioni e di dimostrare il contrario. Se affermo di essere intelligente, mi privo della possibilità di percepire alcune cose che faccio come stupide, e non posso dunque apprendere da esse. Ogni qualvolta utilizziamo il verbo essere in senso assertivo o identificativo, solidifichiamo la morbida creta con la quale siamo chiamati a descrivere il mondo: il nostro linguaggio.

Se vogliamo descrivere un mondo che muta, evitiamo di congelare la realtà con le parole. Manteniamoci flessibili e predisposti al cambiamento. Se proprio dobbiamo mettere qualcosa dopo il verbo essere, come dice Leo Buscaglia, mettiamoci meraviglia. E di meraviglia di meraviglia, il mondo si schiude.

Un abbraccio,

Mattia

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