Il carcerato (chi è davvero in carcere?)

Era una fresca giornata di primavera. Le rondini volavano e si facevano portavoci dell’arrivo della bella stagione, dei fiori che sbocciano e degli amori che nascono.

Per Mark il panorama era rovinato da delle sbarre di ferro, che dalla finestra della sua cella si intromettevano nella visuale del parco adiacente al carcere. Mentre tutti si godevano la bella giornata il carcerato era confinato nella sua cella; un qualcosa più di un limite fisico. Una barriera che rischiava di diventare anche mentale e che inficiava la sua percezione del mondo, che da rosea e rilucente via via si affievoliva e si confondeva con l’ombra proiettata dal Sole nella cella.

La morte di sua moglie, la carenza di soldi, la vista dei suoi figli che soffrivano la fame, la stupida decisione di fare una rapina. Scene che continuavano a riaffiorare nella mente di Mark, come ospiti indesiderati che suonano il campanello e che non se ne vanno fino a quando apri la porta e li accogli. Il suo fisico stava deperendo al ritmo della sua mente, i suoi muscoli si assottigliavano al passo dei suoi pensieri, che non contemplavano più quell’essenziale elemento chiamato speranza.

Dalla finestra del carcere Mark vedeva la gente. Quella gente che, guardandolo, lo giudicava. Quella gente che non ha mai visto i suoi figli affamati, che insegue la moda dettata dal mercato, che invece che guardare la vastità del cielo e delle stelle si perdeva dentro in uno schermo di pochi pollici; che invece che parlare con gli amici presenti chattava con quelli distanti. Chi era davvero in carcere tra lui e loro?

Quella gente che, assuefatta dalla molteplicità di scelta del supermarket, dimenticava chi dall’altra parte del mondo creava ciò che poteva comprare senza poterlo avere a sua volta (perché sottopagato). Chi era in carcere tra lui e loro?

Nel dolore il carcerato aveva il tempo per pensare e, per quanto a volte il pensiero lo facesse soffrire, sentiva che in qualche modo lo rendeva più libero. Prese le distanze del mondo si accorgeva di tutto quello che non andava. Pensava a tutte le persone che si arricchivano sempre di più alle spese di chi aveva sempre meno soldi. A chi non sapeva guardare oltre il confine dell’Ego, invisibile ma potente. A chi non amava, a chi non agiva, a chi confinava la meraviglia nel pregiudizio.

Chi è davvero in carcere? Mark non trovava una risposta, ma si rendeva conto che molte volte le gabbie della mente sono più strette delle pareti della più remota cella.

Se c’è speranza per il mondo, e c’è, va costruita sul guardare fuori dalla gabbia e nel prendere scelte coerenti con quello che si vede.

Va costruita sul percepire qualcosa di nuovo, come la rondine che passa vicino alla cella di Mark e che, dopo tempo, disegna un sorriso sul viso dell’uomo.

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