Tra le mille dune

Ahmad era convinto che, tra le mille e più dune che costituivano il deserto in cui viveva, ve ne fosse una a lui dedicata e sulla quale avrebbe potuto edificare il suo futuro.

Figlio di pastori, e pastore a sua volta, il giovane viveva nei pressi di una piccola oasi che garantiva la crescita di qualche albero di datteri, e forniva nutrimento per gli animali che curava. Cibo frugale, il sibilo notturno del vento del deserto e il caldo Sole erano gli elementi che costituivano la vita di Ahmad: erano la quintessenza di quella semplicità che sottostà alle leggi del mondo, che alla nostra vista appaiono complesse perché privi della prospettiva dell’eternità.

Quale sarà la mia duna, su cui potrò scrivere il mio nome? Come potrò inciderlo, affinché non venga soffiato via dai caldi venti diurni e dai freddi soffi che spirano dopo il tramonto? Quale sarà il mio segno, nel mondo?

Il padre guardava con fare compassionevole il viso del figlio, solcato dall’insoddisfazione di una placida routine destinata a ripetersi. Pensava a se stesso, quando giovane e caparbio desiderava cambiare il mondo e plasmarlo a suo piacimento. Pensava ai gelidi spifferi che placavano i suoi desideri ardenti, e sorrideva al ricordo di quella ferma consapevolezza, sviluppatasi nel corso del tempo, che anche lui era un granello di sabbia tra i miliardi che esistono e che mai esisteranno. Suo padre l’aveva aiutato a capirlo, e ora sente proprio il medesimo compito nei confronti del figlio Ahmad.

Una mattina, mentre Ahmad stava per iniziare a mungere gli animali, il padre si avvicinò a lui con un cammello e lo esortò a partire, per cercare la sua duna. Gli diede provviste e acqua per trenta giorni, accompagnandole con un viso pieno di curiosità per il viaggio di scoperta del figlio. Aggiunse che, se l’avesse trovata, sarebbe potuto tornare e lui gli avrebbe dato qualche animale, per sostentarsi.

Ahmad partì e trovo una duna, nei pressi di un’altra oasi, che parve soddisfarlo e che poteva alimentare le sue mire di indipendenza. Ci piantò un pezzo di legno, su cui fluttuava uno straccio con scritto il suo nome. Usò alcuni alberi intorno all’oasi per costruirsi un rifugio, che riparasse lui e i suoi futuri animali dalle tempeste. Si sdraiò nella sabbia, guardò le stelle ma non si sentì parte del mondo, perché tra tal sentimento e lui si frapposero concetti frammentari che pensava caratterizzassero la sua identità. Si frappose la sua ambizione. Si frappose il suo desiderio smodato. In quella notte, Ahmad si sentì solo come mai prima.

Aveva la sua duna, poteva costruirsi la sua rotta: eppure era turbato. Era turbato perché il mondo non rientrava in quegli schemi in cui l’aveva inquadrato, non rispettava le sue mire e non si adattava alle fluttuazioni del suo Ego. E in tal connubio di pensieri e sensazioni, il bocciolo di una calda consapevolezza emerse: lui, nei confronti del mondo, era tutto e niente. Quello che desiderava per sé era come i venti notturni, che a volte ululavano e a volte tacevano. Quello che invece desiderava per il mondo era una fertile base sulla quale, con calma, accortezza e caparbietà, costruire quello che verrà. Con pace. Con accettazione. Smise di pensare al futuro e iniziò a pensare al divenire: lasciò scorrere la prospettive di dune fisse, e accolse la possibilità che tutte le dune potessero essere sue, come possono essere di tutti e nessuno, sempre e mai. Si accorse che le dune venivano modellate dagli agenti atmosferici, come lui veniva modellato dagli eventi della sua vita, da come li abbracciava, da come li interpretava. Dimenticò se stesso e, nel farlo, trovò quello che gli mancava.

Lasciò che la sua bandiera fosse sepolta dalla sabbia, come il suo rifugio. Tornò dal padre, gli restituì il cammello e riprese a mungere gli animali. Nessuna parola fu detta quel giorno, ma lo sguardo tra padre e figlio fece intendere al primo che il secondo era appena rinato, e al secondo che non era necessario cercare la propria duna: poteva vivere tra le mille dune del deserto.

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